Che cos’è per te la mafia?

Ci è capitata tra le mani la ricerca “Liberaidee“, il rapporto che Libera ha diffuso a partire dallo scorso Giugno riguardo alla concezione comune del fenomeno mafioso. Con un ampio sondaggio, l’associazione ha infatti provato a dipingere l’immagine che la parola “mafia”, oggi, crea nella testa degli italiani, con un focus a livello regionale. Vediamo cosa ne è emerso.

Che cos’è Liberaidee

L’idea di realizzare un rapporto volto a sondare la percezione che la popolazione ha della mafia nasce in Libera nel 2016. La diffusione e somministrazione di sondaggi a questo scopo avviene in un primo momento in modo ristretto, limitato ai membri dell’associazione sparsi per l’Italia. Considerata poi la validità del progetto, si è deciso di espandere la ricerca ad una seconda cerchia di utenti, coinvolgendo anche gli esterni, molto più ampia della prima, che ha finito per coinvolgere oltre 10000 persone sul territorio italiano.

La campagna di Liberaidee è stata, e sarà, presentata in varie sedi, anche all’estero

Qual è il valore di questo rapporto? Secondo Libera, che da 26 anni si schiera in prima linea nella lotta contro le organizzazioni mafiose, avere il chiaro polso di quale sia la consapevolezza del pubblico rispetto al tema è fondamentale per programmare e modellare le attività di sensibilizzazione e di contrasto alla criminalità organizzata.

Nando Dalla Chiesa, presidente onorario dell’associazione e autore della prefazione al rapporto, ricorda come “la forza della mafia sta fuori dalla mafia”: il potere della mafia viene da chi gli sta intorno e dalle nostre debolezze. Agire sul sociale è ciò che di più strutturale si possa fare in questa lotta e questa ricerca può essere di grande aiuto per capire quali siano gli aspetti da affrontare con maggiore enfasi e tramite quali strumenti farlo.

Dov’è la mafia?

Un primo spunto di riflessione interessante viene suggerito sulle risposte degli intervistati quando chiesto loro se la mafia fosse un fenomeno legato unicamente alla loro regione, se fosse solo italiano o se fosse invece diffuso anche a livello europeo e globale.

Un colpo d’occhio sulla rete di influenza della ‘ndrangheta. Credits: wikimafia.it

Correttamente, i tre quarti degli intervistati hanno risposto trattarsi di un’istanza internazionale, ma sempre Nando Dalla Chiesa ci mette in guardia: quante di queste risposte sono dettate realmente dalla consapevolezza di questo? Quante invece sono dovute al fatto che è più facile per noi pensare a un qualcosa che “tanto c’è anche all’estero”? Una successiva risposta, in cui solo il 38% dei partecipanti ritiene realmente pericolosa la mafia sul proprio territorio, dà infatti l’impressione che la dimensione internazionale tenda a diluire il rischio verso l’estero, piuttosto che acutizzarlo in Italia, come invece dovrebbe essere, considerando tutte le implicazioni negative dirette che questo fatto ha (alleanze, collegamenti, appoggi per il riciclaggio).

Dalla Chiesa cita allora il pensiero di Giovanni Falcone, che ardentemente si batteva contro il diffondersi di questo rilassamento dato dall’internazionalità del fenomeno, che ci induce quasi ad accettarlo, ricordando sempre che la capitale della mafia restasse Palermo, in casa nostra.

Italia e Lombardia: ci sono differenze?

Tra la moltitudine di dati offerti dal rapporto, che trovate qui in versione integrale, abbiamo scelto di proporvi alcune delle voci per cui i dati a livello lombardo e quelli medi nazionali si discostano in modo apprezzabile. In primo luogo, è interessante notare come, tra gli utenti che hanno individuato nella mafia un fenomeno preoccupante, in Lombardia solo il 55% lo riconosca anche come qualcosa di socialmente pericoloso, contro il 64% della media nazionale. In un certo senso questo ci indica che la percezione nella nostra regione è più vicina ad un qualcosa che siamo consci essere dannoso, ma non così penetrante nel quotidiano e in qualche modo più a sé stante.

Per quanto riguarda gli ambiti nei quali la mafia è attiva, gli utenti lombardi hanno citato con più frequenza gli illeciti legati al mondo degli affari: in particolare riciclaggio di denaro sporco (25% contro il 20% nazionale) e la turbativa d’asta (37% contro 28%). Il contrario è invece avvenuto per la “criminalità più diretta”, come la richiesta del pizzo, l’estorsione in generale e l’usura.

Un altro punto di discordanza comprende il riutilizzo dei beni confiscati: in Lombardia più utenti si sono detti disinformati su quali beni a loro vicini siano stati confiscati ad organizzazioni mafiosi e, in generale, quale sia la destinazione di tale categoria di edifici. Come abbiamo avuto modo di scrivere, i beni confiscati esistono e sono tanti; tuttavia, si ripropone questa sensazione che si pensi che la mafia, nella regione, sia qualcosa di isolato e continuamente lontano.

La mafia non si può accettare

Concludo l’articolo, che ha voluto toccare qualche tasto qua e là per incuriosire il lettore sul report, riportando una piccola porzione della già citata prefazione di Dalla Chiesa che ho trovato particolarmente interessante:

“[…] non parliamo più, come prima, delle approssimazioni di chi dovrebbe contrastare il fenomeno mafioso, dell’ignoranza dell’esercito chiamato a combattere […] Ma del paesaggio generale, del contesto largo in cui la mafia agisce. Di una sorta di diffusa beatitudine infantile. Fatta dell’università che resta immobile per un secolo e mezzo a contemplare gli sviluppi del fenomeno mafioso; fatta delle magliette del Padrino indossate in doverosa allegria perché la mafia è un fenomeno di folclore; fatta dei giornali che ciclicamente decidono (loro) che ‘la gente è stufa della mafia’ e che quindi accantonano lesti ogni proposta di inchiesta che si affacci in redazione quando non ci siano morti ammazzati o mandati di cattura.”

Attenti, sembra dire l’autore, mai abituarsi alla mafia.

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